Decrescita felice, è possibile?

Mia madre ha in camera da letto un’armadio che fa parte della storia della nostra famiglia, un armadio in legno massello, con un’unica anta e un grandissimo specchio che ha seguito tutta la mia crescita fatta di minuti interminabili passati a decidere cosa mettere.
Quell’armadio era l’unico dei miei bisnonni, dentro ci stava tutto il loro guardaroba estivo ed invernale ed erano sempre eleganti, lui con il vestito e lei con il rossetto. Non li ho conosciuti ma vivono nella mia memoria attraverso le storie che la vecchia casa di famiglia trasudava. Chissà cosa penserebbero di me che, aprendo l’armadio, dico che non ho niente da mettere.
Scuoterebbero la testa, come solo chi ha vissuto in un’altra epoca sa fare, e probabilmente avrebbero ragione.
Loro abituati a vivere con poco, senza la schiavitù, spesso non percepita, dell’avere.

Questo è un post che non sapevo come impostare perchè so che magari potrebbe essere non apprezzato, o magari anche frainteso, ma ci tengo particolarmente e quindi spero che lo leggerete seduti, rilassati e senza sassi in mano.
E’ un post che scrivo anche a me stessa, anche se non sono sicura che riuscirò a tramutare i miei pensieri con parole adeguate.

Si fa tanto parlare di decrescita, e la critica immediata quando si nomina questa parola è “facile parlare di decrescita felice quando si ha tutto”. La sento sempre, e proprio per questo ho voluto provare a dare la mia interpretazione.
Nella sua accezione originaria la parola decrescita indicava “la direzione nella quale bisogna andare per vivere meglio cosumando e lavorando meno” (Andrè Gorz)

Ho riportato questa frase perchè nella sua semplicità esprime pienamente il concetto reale di decrescita.
Quando ne parlo non mi riferisco a giovani ricchi di famiglia che lavorano poco, discutendo dei massimi sistemi e girando in bici perchè abitano in centro, mi riferisco ad una voglia di vivere in maniera diversa, a delle scelte, a volte radicali, che potrebbero sembrare folli, ma portano con loro il seme della serenità.
La decrescita ha nella sua natura la volontà di interrompere la spirale del consumismo, e dell’idea che l’avere sia sinonimo di felicità. Vuole sradicare dalla mente i condizionamenti e l’eterodirezione dettata dalla logica dell’omologazione dei consumi.

Per chi se lo sta chiedendo, io non ci sono riuscita ad attuarla, ma lo vorrei tanto. E sono ottimista nella sua parziale attuazione nella mia vita.
Provo un immenso fascino per certe scelte di vita e suppongo che a volte, alla base di certi periodi un po’ così, ci sia una percezione di insoddisfazione latente dovuta a certe scelte.
Ma la cosa grandiosa della vita, è che nulla è irreversibile, si è sempre in tempo a cambiare rotta, si è sempre in tempo a capire cosa si vuole dalla vita, e scoprendolo capire i propri punti di equilibrio.
Mi chiedo spesso come una scelta di decrescita sia conciliabile con certe scelte quotidiane, e alla fine la risposta è che ognuno, nel proprio piccolo, trova il proprio spazio, il modo giusto di vivere la quotidianità. Io lo sto cercando di fare, ma sono consapevole di quanto io stessa sia legata a certi condizionamenti che non mi appartengono, ma ci sono e sono difficili da combattere. Il fatto di essere animali sociali porta con sè accezioni negative e positive, e sta a noi guardarci dentro e capire il nostro posto.

Sempre Gorz afferma che l’uscita dal capitalismo sarà civilizzata o barbara, ed io negli ultimi giorni ho pensato spesso a questa frase, la penso sempre ascoltando e leggende certe notizie non proprio confortanti, che mi convincono che chi ha detto che il capitalismo come lo conosciamo non solo ha fallito, ma ha provocato grossi danni, aveva capito tutto.
E mi chiedo anche chi siamo noi per ignorare il fatto che una parte del mondo muore letteralmente di fame mentre noi coltiviamo il nostro misero orticello.

Io credo che una descescita sia possibile, sono l’unica? Magari si, o magari sono fortunata e non sola la sola a pensarla così.

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