Il mio weekend alla Ecor

Siamo partiti venerdì e arrivati a Conegliano nel tardo pomeriggio; io avevo un carico di ansia non indifferente, un borsone con le calze sbagliate e un marito accompagnatore.
Abbiamo lasciato per la prima volta i bimbi, ed è andata benissimo, niente pianti, niente incidenti e soprattutto nessun senso di colpa.
Ho iniziato a comprare roba biologica una decina d’anni fa, e poter vedere con i miei occhi la Ecor, che occupa la metà della mia dispensa, è stato bellissimo.
Vedere una realtà aziendale può fidelizzare ma può anche fare il contrario, non sai mai quello che andrai a vedere, e può capitare che la parte umana non ti piaccia.
Era questa la mia paura, arrivare lì e scoprire che l’unico green stava nel marchio, che la mission predicata non corrispondeva alla realtà, e che il capitale umano era poco roba rispetto al profitto.
Ma così non è stato. Essere accolti e vedere con i miei occhi la sede, conoscere i dipendenti, vedere lampade di sale ovunque e parlare con due dei fondatori è stato arricchente, ancorché stimolante.

Un’azienda direte voi è pur sempre un’azienda, e questo credevo pure io, ma mi sono ricreduta. Sentire dalla bocca dell’amministratore delegato e fondatore come gestisce l’azienda, l’attenzione che hanno per i dipendenti, il fatto che abbiano attivato un servizio di microcredito con banca etica per venire incontro alla difficoltà è stato bello, e illuminante di quello che può essere un’azienda se i vertici lo vogliono.
Una delle prime cose dette appena seduti è stata “non vogliamo che parliate di noi”. Il loro scopo  era avere un riscontro con la base, con il consumatore; era capire come il biologico viene sentito e percepito, e magari riuscire ad avere delle idee, che quelle non guastano mai.
Abbiamo lavorato, parlato, discusso con carta e penna in mano, ma soprattutto ci siamo divertiti, abbiamo fatto battute e sorriso, e mangiato troppo.
Il posto era bellissimo, e la cucina ancora di più, ed io sognerò per sempre un luogo di lavoro, la cui mensa aziendale cucina lo spezzatino di seitan.
La Ecor è di proprietà di una fondazione che destina parte degli utili in pedagogia steineriana, e il pomeriggio abbiamo visitato la scuola del posto.
Definire questa scuola bellissima è poco, magari si può non condividere il metodo perché ammetto che è tutt’altra cosa rispetto al tradizionale, ma vedere con quanta cura è stata costruita è bello, vedere l’attenzione per i dettagli, l’aula di musica e quella di creatività, respirare l’odore di legno e ammirare le varie classi, ed accorgersi che non sempre la via è una sola.
La mattina dopo siamo andati nell’azienda san Michele, un’azienda biodinamica di proprietà della Ecor, ed io adoro fare questa visite avendo la campagna nel sangue. Mio nonno era un contadino e sono cresciuta con i racconti della terra, con l’idea che tutto dovesse seguisse la natura, che naturale è meglio, con le storie della mula usata per andare nei campi.
Le mani rigate dalla fatica mi piacciono, mi piace sentire i racconti dei preparati biodinamici, mi piace sentir parlare persone che fanno questo lavoro con amore, perché le mele e il latte hanno qualcosa di più quando vengono da certi saperi.

La frase che più mi è rimasta è stata; “non è il biologico ad essere di più, e l’agricoltura tradizionale ad avere di meno”.